Alla Cortese attenzione del Direttore
A seguito dell’editoriale «Il Pd insegue Mamdani? Così tradisce la sua storia» di Roberto Chiarini
Gentile Direttore,
ho letto con grande interesse e rispetto la riflessione del dott. Chiarini sulle trasformazioni in atto nel Partito Democratico. È una riflessione che pone domande giuste, che ogni comunità politica viva deve saper affrontare: chi siamo oggi, cosa stiamo diventando, e soprattutto per chi vogliamo essere utili.
Il Partito Democratico è nato come un esperimento alto e difficile: tenere insieme culture politiche diverse: quella comunista, quella cattolico-democratica, quella liberale e quella socialista; in un progetto comune di modernizzazione del Paese che partisse dai valori Costituzionali. La sua forza è proprio nella ricerca di un equilibrio sempre mobile tra memoria e cambiamento.
Il PD non è un monumento da custodire, è un organismo che vive e cresce dentro la società. E come la società italiana cambia, anche il PD cambia. È la sua natura: popolare, non identitaria; aperta, non settaria; costitutivamente plurale.
Non è dunque un “tradimento della storia”, ma un suo sviluppo coerente: perché il centrosinistra, se vuole essere davvero utile, non deve chiudersi nella nostalgia delle sue vecchie forme, ma tornare a leggere le nuove disuguaglianze, le nuove solitudini, le nuove paure.
Oggi il nostro compito non è semplicemente “stare a sinistra”, ma dare una direzione a un Paese che non trova la sua dimensione e non sfrutta le sue potenzialità. Questo significa ritessere il legame con il lavoro, con chi si sente tagliato fuori dalle opportunità, con i giovani precari, con le famiglie che faticano a conciliare la vita e il reddito, con chi rischia di restare invisibile.
È una missione che chiede linguaggi nuovi, strumenti nuovi, ma non un’anima nuova: l’anima è quella di sempre, quella che crede nella giustizia sociale, nella dignità del lavoro, nella solidarietà come forza di sviluppo.
In questo senso, anche la discussione sulla vocazione maggioritaria non deve diventare un dibattito sterile tra nostalgie e tatticismi. La vocazione maggioritaria non è un artificio numerico, ma un’attitudine: la convinzione che il PD debba ambire a parlare all’intero Paese, non a una parte. Oggi, con l’attuale legge elettorale (piaccia o meno), la costruzione di alleanze è necessaria, è un dovere. Ma ciò che deve restare fermo è che il PD non si definisce per sottrazione o per opposizione: si definisce per proposta, per progetto, per responsabilità.
Il successo di figure come Mamdani, che molti evocano come simbolo di una sinistra rinnovata, non è il segno di un cambio del vento globale (magari lo fosse!), ma di un cambio di sguardo. Mamdani ha saputo interpretare la domanda di giustizia e di prossimità, non quella di ideologia, il cui approdo è stato conseguente. È questa la sfida anche per noi: non inseguire modelli, ma ascoltare il tempo in cui viviamo, e dargli un senso politico.
Essere sinistra oggi non significa difendere il passato, ma tenere insieme i pezzi di una società disgregata e profondamente diseguale scegliendo di partire da chi ha meno, da chi rischia di restare indietro o è già indietro.
Il PD ha ancora questa possibilità: di essere il luogo dell’incontro, del dialogo, della formazione di una nuova classe dirigente capace di parlare con empatia e concretezza. Ma per farlo deve continuare ad aprirsi, non a chiudersi. Le primarie, spesso criticate, restano uno degli strumenti più autentici con cui abbiamo cercato di mantenere vivo un rapporto diretto con le persone. In un’epoca di partiti personali, noi abbiamo scelto la strada più difficile: quella del partito comunità, del partito che ascolta, che si mette in discussione, che non teme di mostrare le proprie contraddizioni.
Forse è questa la vera eredità della storia del PD: non un modello da conservare, ma un metodo da custodire.
Un partito che sa cambiare senza smarrirsi, che resta unitario nella sua pluralità, e che guarda al futuro con la serietà di chi non vuole essere spettatore, ma protagonista del destino del Paese.
Con cordialità,
Gabriele Giudici
Segretario Provinciale del Partito Democratico di Bergamo