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Referendum, votare SI per andare avanti con le riforme

08/09/2020   lavoro
Votare SI al Referendum sulla riduzione dei parlamentari per avviare un percorso di riforme, con l’obbiettivo di superare il bicameralismo perfetto, di rivedere la legge elettorale, di cambiare i meccanismi di funzionamento delle istituzioni, per rendere il nostro “sistema Paese” più efficace ed efficiente, sempre nel rispetto pieno della democrazia e della rappresentanza.

L’intervista di Nicola Zingaretti a ‘Di Martedì’:


Qui di seguito, pubblichiamo alcuni passaggi relativi al referendum sul taglio del numero dei parlamentari contenuti nella relazione del segretario Nicola Zingaretti alla segreteria nazionale del Partito Democratico.
Qui trovate il testo completo del suo intervento.

(…)
Il 20 e il 21 si voterà anche per la consultazione referendaria sul taglio dei parlamentari. Su questo punto si è aperto un dibattito nel nostro partito, molto acceso e a volte  con qualche pretestuosità. Non sono stato io a porre il tema del taglio dei parlamentari, e la contestualità di operare un processo di riforma e provvedimenti a tutela della rappresentanza e funzionalità delle istituzioni. Siamo stati noi, il Pd unito a dire SI e poi l’intera maggioranza che lo hanno voluto inserire nel patto per dare vita al governo.

Il Partito Democratico è una forza leale e sta rispettando l’accordo di governo nato con il favore di tutti gli alleati solo un anno fa. L’obiettivo era quello di far ripartire un’azione riformatrice nel Paese e di salvare l’Italia da una destra estremista e irresponsabile. Ci siamo tutti convinti nel settembre 2019 e, a maggior ragione, dovremmo esserlo anche nel settembre del 2020. A molti osservatori esterni dico troppo facile riconoscere i meriti della ricollocazione in Europa, della conquista del Recovery Plan e della gestione positiva del COVID per poi nascondersi quando si devono fare scelte più difficili, cercando di scaricare i limiti sull’unico partito che è vero argine alla destra in ogni area del Paese.

La proposta di legge elettorale depositata dalla maggioranza è in questo senso un buon testo, figlio di mesi di lavoro. Dobbiamo ripartire da lì. Ascoltando le opposizioni, ma anche le forze sociali e i territori, a cominciare dai sindaci e dai presidenti di province e regioni. Possiamo garantire rappresentanza e governabilità.

Certamente il tema posto dal referendum è molto complesso.

Credo tuttavia che la prima cosa importante da fare è concentrarsi sul “testo” e non sul “contesto” come ha suggerito in modo autorevole Michele Ainis. C’è un sovraccarico di politicizzazione che, da una parte e dall’altra, prevedono scenari catastrofici.

Per chiarezza.

Certo che problemi ci sarebbero ma non sono affatto convinto che se dovesse prevalere il No cadrebbe il governo o peggio che i tutti i suoi sostenitori si nasconda questo obiettivo. Parliamo di diversi livelli che debbono mantenere una loro autonomia.

Così come mi pare generico ed anche un pò strumentale prevedere che dalla vittoria del Si scaturirebbe un vento inarrestabile di demagogia, populismo e anti parlamentarismo.  Un pericolo per la democrazia. Non credo sia cosi’.

E se abbiamo un ruolo è anche quello di ricondurre la questione entro i suoi confini naturali.

La discussione sul numero dei parlamentari è del tutto legittima.

Se ne è discusso durante la costituente. E la discussione è stata condotta con argomenti diversi, in modo ragionevole.

In sé il numero dei parlamentari non testimonia maggiore o minore democraticità delle istituzioni del Paese.

Molti paesi europei, nel mentre in Italia c’è il referendum, stanno discutendo la riduzione del numero dei propri parlamentari.

Sappiamo  anche che il pd è stato tradizionalmente per la riduzione dei membri del parlamento, il tema è il processo di riforma che lo accompagna.

Ci sono questioni che riguardano la funzionalità, un più pieno coinvolgimento dei singoli deputati all’attività legislativa, una maggiore rapidità dei lavori parlamentari.

Naturalmente tante preoccupazioni che giungono anche dentro il Pd, da coloro che sostengono il No, sono perfettamente legittime e segnalano preoccupazioni reali.

La prima riguarda un possibile cedimento ad una intollerabile campagna di delegittimazione della rappresentanza democratica che da anni è in atto.  In tutta la mia vita, da amministratore, non ho mai ceduto, anche perdendo battaglie alla incultura dell’antipolitica.

Purtroppo a volte invece in passato dei cedimenti ci sono stati. Ricordo alcune argomentazioni nel referendum che perdemmo, che apertamente richiamavano alla necessità di ridurre i politici.  Ma anche leggi che noi in passato abbiamo approvato e che io non ho mai condiviso e alle quali dovremo rimettere mano come quella che vieta ad un amministratore solo perché ha fatto l’assessore, per anni di non poter avere una nomina  pubblica quasi fosse una colpa servire lo Stato.

Ora invece è il momento in cui la politica deve risollevare il capo, deve tornare il motore delle decisioni, deve regolare, attutire e umanizzare uno sviluppo, che come ricorda ripetutamente Papa Francesco, rischia di dimenticare gli ultimi, i più deboli, le famiglie più esposte.

Ecco perché mentre indico nell’organismo dirigente l’opzione di votare Si al referendum, so che dovremo farlo  respingendo le argomentazioni banali e pericolose di chi motiva tale scelta perché essa farebbe risparmiare soldi allo Stato. Le risorse risparmiate sono minime e comunque, per quanto ci riguarda, non sono l’elemento preponderante della nostra scelta. Si, per riaprire una stagione di riforme , sempre bloccate.

La ragione risiede nel fatto che questo primo atto di riforma si collega ad altri che si debbono realizzare subito e sviluppare nel futuro della legislatura.

Se si tagliano i parlamentari come io credo sia giusto, occorre un riequilibrio nella rappresentanza. Che va garantito, lo abbiamo spiegato tante volte, con una nuova legge elettorale proporzionale e con uno sbarramento che la corregga in senso maggioritario, con il voto ai diciottenni per camera e senato, con il ridisegno dei collegi, con la diminuzione dei rappresentanti delle regioni nell’assemblea che elegge il presidente della Repubblica ed infine con una serie di riforme dei regolamenti che vanno adeguati, appunto, ad un parlamento ridotto.

In questi mesi abbiamo spinto in tutti i modi perché camminassero insieme il “Sì” al referendum con un processo riformatore più ampio e riequilibrante. Non è stato facile. Ma seppure in tempi più lunghi di quelli che noi auspicavamo, finalmente nella commissione parlamentare competente si sono decisi alcuni impegni con estrema chiarezza.

Il processo riformatore anche grazie alla nostra iniziativa è ripartito: martedi 8 gennaio è fissato il voto alla Camera sul testo base della legge elettorale. Il ddl Fornaro sarà votato alla Camera il 25 gennaio contenente il cambiamento della base di elezione del Senato per tutelare il pluralismo e il riequilibrio dei delegati reginali nell’elezione del Capo dello Stato. Giovedi ci sarà in aula al Senato la seconda votazione sulla base elettorale  degli aventi diritto al voto.  E’ ripreso l’impegno verso un processo di riforma che prevede intorno al sistema del cancellierato  strumenti come la sfiducia costruttiva.

E sufficiente? Dipenderà dalla forza della battaglia politica. Per questo faccio mia e vi propongo l’iniziativa,  l’idea lanciata oggi da Luciano Violante di accompagnare alla campagna per il referendum con una raccolta di firme  per una proposta di inziativa popolare per il bicameralismo differenziato.

Sarà sicuramente un modo, pur con scelte diverse che ci saranno, di unire il Pd in una proposta di riforma e di spiegare e dare forza al nostro profilo.

Quindi io propongo alla direzione del partito di assumere l’orientamento del Si, circoscrivendo la portata della scelta al “testo” sottoposto agli elettori e integrando nella nostra battaglia tante delle preoccupazioni, dei suggerimenti, delle sollecitazioni che nel dibattito interno al partito tra i sostenitori del No e quelli del Si sono emerse. Arricchendo, per certi aspetti, l’approfondimento dei problemi e, per la maggior parte dei casi,  salvaguardando quella solidarietà che in questi mesi è stata così ampia nei nostri gruppi dirigenti e che ha portato ad un’azione  unitaria che ritengo un nostro bene prezioso. Potranno esserci scelte diverse, ma noi democratici, tutti difendiamo la Democrazia.

Si può obiettare, è stato fatto pubblicamente che questi sono solo impegni, promesse, parole. E che quindi per precauzione dovremmo sostanzialmente respingerle e votare No.

Ma la politica è anche fatta di tutto questo. E se la maggioranza unitariamente determina degli obbiettivi, non siamo più nella fase iniziale di questo governo dove per certi aspetti era più semplice da parte dei nostri alleati rimandare o anche contraddire apertamente i patti stabiliti all’avvio del governo Conte due. Oggi siamo ad una stretta più generale che riguarda la sopravvivenza stessa dell’esecutivo.

E tutti hanno responsabilità molto più gravi e grandi.

Ricordiamo: noi stiamo al governo finché questo governo fa cose utili. Perché se si dovesse arrivare al punto nel quale troppi quesiti restano ancora aperti e la situazione della Repubblica dovesse drammaticamente peggiorare, allora un nostro ulteriore impegno sarebbe inutile, e ne dovremmo prenderne atto con le necessarie conseguenze.

Ma non siamo a questo. Anzi io avverto che con le sfide nuove che abbiamo si può aprire una fase nuova e di rilancio dell’alleanza politica che sostiene Conte.

La fase nuova consiste esattamente in questo: prendere il meglio da tutte le forze politiche, costruire maggiore dialogo e fiducia fra di esse, lavorare sui punti di incontro affinché essi si realizzino in un programma di cose da fare preciso e attuabile rapidamente.

È l’esatto contrario di una visione rinunciataria sul ruolo del PD.

Lo voglio dire con la massima chiarezza. Questo non significa affatto che il Partito democratico rinunci a una sua vocazione maggioritaria, nel senso di una proposta larga, unitaria, aperta agli italiani. Semmai il contrario. Significa prendere atto che il cammino di una nostra ripresa è lungo e che per non soffocare la vocazione maggioritaria in un isolamento borioso e stizzito occorre saperla esprimere, in un processo, seppure tumultuoso, che si realizza nel paese, che conta, influenza e allarga.

Quando si dice che questa linea sarebbe la rinuncia ad una grande forza democratica e riformatrice e la subalternità agli altri, si dice una cosa non vera. Evidentemente non vera. Noi cresceremo solo se la nostra proposta politica al paese potrà marciare, anche con mille difficoltà, ma nella dimensione reale. Che allo stato attuale presuppone, non l’isolamento, piuttosto la sfida unitaria con gli altri.

È stato un anno difficile ma con importanti risultati. Le difficoltà ci sono, certo. Ma io continuo a credere al dialogo, alla battaglia delle idee, alla sfida delle intelligenze.

Io sento una responsabilità enorme e fino all’ultimo terreno su cui si può esercitare il cambiamento, sono per non distruggere ma per tentare, e ancora tentare di costruire.

Alla fine la scelta fondamentale è molto semplice: vogliamo continuare a combattere per superare le difficoltà dentro ai processi reali di governo della società italiana? Vogliamo esprimere la nostra vocazione maggioritaria non nell’isolamento ma nell’azione concreta che l’Italia ci chiede? Vogliamo continuare ad essere un punto di riferimento di stabilità e rinnovamento della nazione? Oppure consideriamo la partita persa.

Aprendo la strada così alla elezioni politiche anticipate o ad un governo di tutti, che umilierebbe ancora una volta inevitabilmente la politica e i nostri più sinceri ideali di cambiamento.

Credo che dobbiamo tentare ancora. E ancora tentare.

Come stiamo facendo nella nostra battaglia prioritaria per la conquista del governo delle regioni.

Vacillare in questo momento non aiuterebbe le forze democratiche in campo. Creerebbe uno sbandamento. Seminare dubbi quando si sta in trincea è la premessa di ogni Caporetto.

Tenere, consapevole delle difficoltà, la barra dritta è il modo migliore per combattere la nostra partita. E quando dico nostra non intendo quella del Pd ma quella della parte migliore della Repubblica che non si vuole piegare ad un declino anti europeo, di intolleranza e di populismo autoritario.

Tutti siamo d’accordo che la grande missione di questo tempo è garantire un futuro ai ragazzi e alle ragazze italiane. Nelle condizioni date non dobbiamo cedere il passo per il raggiungimento di questo obiettivo. Avverrà nella lotta politica quotidiana ma li dobbiamo stare per correggere e condizionare gli eventi, per questo cominciamo a dare fastidio a molti perché siamo la garanzia del cambiamento, perché siamo il partito dalla parte delle persone.
Partito Democratico Bergamo
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