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La nuova Europa, i 3 bilioni che cambiano l’istituzione

18/06/2020   lavoro
Solo una grave crisi come quella innescata dal coronavirus ha obbligato le élite a fare profonde trasformazioni Macron e Merkel han deciso di accantonare anni, se non decenni, di resistenze nazionali per un’Unione più sovrana.

di Gilberto Bonalumi e Antonello Pezzini
L’Eco di Bergamo, 17 giugno 2020 pagina 6

Anni fa un competente e attento analista come Angelo Panebianco in un suo saggio apparso sulla rivista «Il Mulino» propose un piano B per l’Europa. Temendo che si sfasciasse tutto con gravi danni per la Germania e catastrofici per l’Italia obiettò che se ne potesse uscire con più integrazione soprattutto politica. Avvertendo che al rischio di un’Europa disgregata si accoppiasse pure l’isolazionismo di Trump alla guida degli Stati Uniti.

Un po’ tutti abbiamo pensato che la moneta unica avrebbe creato una pressione irresistibile a favore di più integrazione. Ciò non è avvenuto ma l’euro va messo in sicurezza e difeso iniziando a far convergere una politica fiscale. Nell’arco temporale tra il 2013 e il 2017 sia il tedesco Sigmar Gabriel che il francese Emanuel Macron ricoprendo la carica di ministri dell’economia proposero un’iniziativa tesa ad incrementare la cooperazione fiscale, economica, politica e sociale in seno all’Europa che purtroppo non andò in porto.


Il Trattato costituzionale
Quando il populismo non era così imperante francesi ed olandesi dissero di no al Trattato costituzionale del 2005. Toccò alla Merkel con il suo pragmatismo, (la storia la giudicherà una europeista) uscire da quel marasma europeo. La più significativa obiezione di Panebianco, che definisce vizio di origine, è consistito nell’idea che attraverso l’integrazione economica fosse possibile un giorno formare un’identità collettiva europea così forte da poter competere con le identità nazionali.Al sovranismo/populismo va contrapposta una qualche radicalità sburocratizzando l’idea di un’Europa elitaria e frenata a causa dei trattati o dai vincoli di bilancio. In quel piano B argomentato dall’editorialista del «Corriere della Sera» si spinse a dire che coloro che pensano allo Stato federale europeo, dovrebbero domandarsi se tale progetto sia compatibile con la democrazia e che l’integrazione europea è soprattutto figlia della politica dei blocchi.

Molto più che del Manifesto di Ventotene. Questa diagnosi stesa alla vigilia del referendum sulla Brexit, il cui esito la confermava; nella sua parte finale si domanda cosa può sconfiggere una crisi così grave. Solo un miracolo allora imprevedibile, solo una grave crisi obbligherà le élite a fare profondi cambiamenti.

Quel cigno nero si è manifestato in questi mesi con la crisi provocata dal coronavirus e nella convinzione che ci sono situazioni in cui interesse nazionale e interesse europeo coincidono. Macron e Merkel hanno deciso di accantonare anni, se non decenni, di resistenze nazionali proponendo di rendere sovrana l’Unione in almeno tre settori custoditi per ora gelosamente dalle apparenti sovranità nazionali: il potere di indebitarsi per finanziare le proprie spese e ricorrendo al mercato attraverso titoli europei emessi dalla Commissione, la difesa della salute declinata nei suoi vari aspetti e la politica industriale, trasferendo a livello europeo e nei settori in cui appare necessario competere in un mondo globalizzato la dottrina economica che considera mercato primario quello europeo e non più quello nazionale. Gli appelli a favore della Europa non creano più né emozioni ne passione; a una società sempre più scettica e impaurita serve uno scossone e qualche fatto simbolico.

Il rischio del declino
C’è in circolazione qualcosa di più audace, «di più pazzo», che tramutare l’unione monetaria in Unione politica e un’area economica con comuni lineamenti di sviluppo solidale e sostenibile? O si abbraccia questa «pazzia», o in alternativa il nostro declino. Quarant’anni fa il Parlamento europeo anche se non ancora eletto direttamente dai cittadini bocciò il bilancio dell’Unione. Fatto inusitato e senza precedenti che aprì la strada a un ripensamento dell’Unione Europea con il documento Spinelli del 1984 dimostrando che si poteva (pur rispettandoli) andare oltre i trattati di Roma del 1957: da lì vennero fuori il mercato comune, l’euro, Maastricht e altre importanti decisioni uscite dai vertici di Lisbona e Nizza.

Va ripristinato un campo di gioco che si sta disequilibrando per l’impressionante decrescita; simmetrica è la crisi ma nella pratica sul piano sociale non sarà così. Da dieci anni è in corso una doppia dualizzazione sia dentro l’Europa che dentro i singoli Paesi. L’Unione europea oltre ad aver lanciato la rivoluzione verde che dovrebbe condurla all’emissione zero, ha ora lanciato un potenziale passo da gigante per l’intera Europa. Potenziale perché si tratta di affrontare difficili consensi e numerose deliberazioni. L’Europa pare attraversare un momento la cui aggregazione da chiarezza alla sua visione. Miserevolmente il dibattito che gli ruota intorno è saturato di polemiche e risentimenti. Sembriamo un po’ tutti vittime di sintomi provocati dalle più diverse cause che Freud, durante la Prima guerra mondiale aveva chiamato, «narcisismo delle piccole differenze». Se il dibattito rimane così urlato e di basso profilo la politica diventa sempre più introvabile favorendo un panorama sempre più ambiguo se non fangoso. Questa potenza di fuoco si sostanzia di 750 miliardi di euro freschi, superiori alla proposta germanofrancese che va sommata ai 540 del fondo di riscatto Mes senza condizioni finalizzate alla sanità.Vanno aggiunti i 1.100 miliardi già previsti nel bilancio della commissione dagli anni 2021/2027 che verranno «manovrati» congiuntamente con il Parlamento, svincolati per la prima volta dal giudizio degli Stati membri. L’insieme di questi e altri atti possono muovere una cifra che supera i 3 bilioni.

I pilastri della strategia europea: la Bce con il suo bazooka di 1.700 miliardi di euro che producono stabilità finanziaria; la Bei con i 200 miliardi di euro nuovi lanciati per il sostegno delle piccole e medie imprese; il Sure con i suoi possibili 100 miliardi per mitigare la cassa integrazione e la disoccupazione. Infine la centralità dei Recovery Bond, in pratica un debito garantito in qualche modo, da tutti gli Stati membri ma a costi, quindi rendimento, uguali per tutti coloro che lo richiedono. Una novità quasi assoluta in ambito europeo. Tutto ciò non va preso come una manna finanziaria e occorre attenzione a forme di speculazione sempre in agguato. Reticolandosi tra di loro queste misure necessitano di un loro uso veloce non disaggregandole con obiezioni «teologiche» e valutazioni politicamente «primitive». Tutto ciò potrebbe muovere un Pil tale da arginare quello che stiamo perdendo.

È stato poco notata la nascita di una nuova direzione generale Riforme con a capo un italiano. Mario Nava, dovette lasciare la presidenza della Consob per una presunta incompatibilità di funzionario europeo a cui aveva chiesto l’aspettativa. Nato a Milano nel 1966, laurea alla Bocconi e Master alla London School of Economics, alla Commissione dal 1994 è stato chiamato dal presidente Ursula Von der Leyen per gestire il neonato Recovery Instrument che dovrà sostenere la ripresa economica dopo il Covid-19 in senso più solidale. Il nuovo strumento, il Recovery instrument, che potrà garantire agli stati sia prestiti sia aiuti a fondo perduto, non sarà l’unico impegno della nuova Direzione generale. Alla nuova Direzione verranno attribuite cinque importanti competenze: 1) pubblica amministrazione e governance; 2) finanza pubblica e finanza della macchina fiscale; 3) mercato del lavoro e crescita; 4) salute e welfare; 5) mercati finanziari e competitività. Vi è una logica in questo progetto ricco di riforme. In tutti gli Stati emerge e acquista spazio la consapevolezza che i cambiamenti sociali e tecnologici mettono in crisi le istituzioni e rendono lente le possibili riforme.

Cellula di prospettiva
Occorre pensare e organizzare una sorta di «cellula di prospettiva», dotata di strumenti e di parametri di riferimentro, con i quali confrontarsi, quando si chiedono finanziamenti per varare le riforme. Le finanze pubbliche hanno un’importanza enorme perché consentono, fra l’altro, di realizzare i principi su cui si basa l’idea sociale dell’Europa.

L’art 3 del Trattato ricorda che l’Unione si basa su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e si fonda su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente.

Queste regole sono le uniche condizionalità in campo (espressione un po’ impropria) perché ciò che è richiesto non sono i luoghi nazionali o locali dove decidere, ma le politiche riformatrici e di visione: giusta la proposta della Commissione per un’Unione Europea di nuova generazione.Il quadro programmatico e finanziario sopra citato, dovrà essere approvato dagli Stati entro la fine dell’anno per essere operativo all’inizio del 2021: questo non esclude la possibilità di utilizzare alcune di queste risorse immediatamente o in anticipo.

Richiamiamo la discussa figura di Heinrich Bruning, Cancelliere della Germania dal 1930 al 1932, che di fronte alla crisi economica adottò una politica che possiamo definire di austerità ultraconservatrice che chiamava democrazia autoritaria. L’impopolarità gli fece perdere il sostegno del Parlamento e si aprì la strada al nazismo. Nei prossimi giorni abbiamo di fronte due Consigli europei decisivi. I premier impegnati in questi vertici devono prendere importanti decisioni: sappiano avere la consapevolezza dei rischi in campo; ma evitino di essere ricordati come i Bruning del nuovo millennio.
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Partito Democratico Bergamo
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