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Intervista a Misiani: «All’inizio Roma non aveva capito la tragedia di noi bergamaschi»

PrimaBergamo intervista il Viceministro all’Economia Antonio Misiani. Qui di seguito, il testo integrale.

di Paolo Aresi
PrimaBergamo, venerdì 5 giugno 2020

Antonio Misiani è l’unico bergamasco del Governo presieduto da Giuseppe Conte. E’ viceministro all’Economia e come tale sta seguendo con il ministro Gualtieri tutti i provvedimenti per tenere in piedi il Paese dopo la quarantena e magari per prepararne il rilancio.

Senatore, come sta?

“Sto bene, anche se sono molto tirato, al ministero stiamo lavorando pancia a terra, sette giorni su sette. Abbiamo dovuto affrontare una situazione di emergenza terribile e per di più con personale ridotto, con il telelavoro da casa… non è stato semplice. Ora inizia la discussione in Parlamento del decreto Rilancio e saranno altre settimane di passione”.

Lei è rimasto a Roma durante la chiusura?

“Sì, sono rimasto a Roma per gran parte del tempo, ho passato settimane lontano dalla mia famiglia con una parte del cuore rivolta a Bergamo, parlavo ogni giorno con parenti e amici ed ero molto preoccupato, ma non potevo fare altrimenti, c’era da preparare il decreto Cura Italia. Se fossi salito a Bergamo, tornare al ministero sarebbe stato molto complicato, le norme di sicurezza erano rigidissime”.

Ma dentro al Governo si è capito che cosa è successo a Bergamo?

“All’inizio no, era difficile a Roma comprendere la portata reale di quanto stava accadendo, anche perché noi bergamaschi siamo sempre riservati, persino pudici, non siamo portati al lamento. Ma poi sono arrivate alcune immagini che hanno aperto gli occhi a tutti, che hanno parlato per noi. Da allora c’è stata tanta sensibilità, tutti i giorni al ministero mi chiedevano come andava a Bergamo, erano tutti molto preoccupati”.

La chiusura è passata, l’allarme finito, si parla di “ripartenza”.

“Sì, sono tornato a Bergamo, ho visto in giro tanta gente, tanta voglia di scendere in strada, di stare insieme. Però mi domando che cosa ci sia sotto questa patina, questa superficie. Ho l’impressione che esista un grumo di paura, di ansia, che ci vorrà molto tempo per superare. Avverto una dimensione di angoscia che sta sotto. Non potrebbe essere diversamente. Io credo che quello che è successo resterà per lungo tempo nella memoria collettiva, soprattutto nei nostri paesi”.

Comunque bisogna ripartire.

“Per forza”.

Si dice che bisogna ripartire, ma non per tornare come prima.

“Sono d’accordo”.

Sì, ma che cosa significa?

“Prima di tutto significa che dobbiamo mettere al centro del nuovo sviluppo l’ambiente. Il lockdown in qualche modo ci ha fatto capire meglio che non possiamo più aspettare. Che dobbiamo promuovere un’economia che non distrugga più l’ecosistema. Che il suolo non va consumato, che l’aria deve essere pulita, che i corsi d’acqua vanno rispettati, che l’energia deve essere il più possibile rinnovabile. Tutte cose risapute, ma il Covid ha fatto capire a tanti che non sono più rinviabili”.

Lei pensa che il Covid-19 sia dilagato a causa dell’inquinamento?

“Non lo so. Solo gli scienziati lo potranno dire. Ma comunque questa emergenza ci ha reso più sensibili su questo tema. Stare a casa cinquanta giorni ci ha aperto gli occhi sul valore di tutto quello che abbiamo intorno, dell’ambiente in cui viviamo. Guardi che cosa sta succedendo per biciclette e monopattini grazie al finanziamento che abbiamo approvato, anche a Bergamo i negozi sono rimasti senza biciclette”.

E quindi?

“Quindi abbiamo capito che possiamo in buona parte lavorare da casa, senza spostamenti frenetici in auto, in treno o in aereo. Abbiamo capito l’importanza della tecnologia, delle connessioni Internet. Il dodici per cento dei ragazzi italiani non dispone di computer o di collegamento, sono stati di fatto privati del diritto all’istruzione in questi mesi, una cosa del tutto inaccettabile. Un’altra disuguaglianza. Portare Internet in tutte le case non è solo un fatto economico, è una questione sociale. Un altro punto è l’assistenza agli anziani, che va ripensata da cima a fondo. Un altro ancora sono gli ammortizzatori sociali. Non c’era nessun sostegno per artigiani e commercianti, lo abbiamo dovuto inventare da zero in pochissimo tempo…

Sì, va bene, ma nel concreto?

“Nel concreto, lo sviluppo sostenibile che abbiamo in testa produce opportunità per le imprese e lavoro. Le faccio un esempio: nell’ultimo decreto abbiamo messo incentivi del 110 per cento per l’efficientamento energetico e la messa in sicurezza sismica dei condomini.”

Cioè paga tutto lo Stato?

“Esatto”.

E come?

“Con un credito d’imposta, che si può cedere subito alle imprese o alle banche. Questo è un pezzo di un nuovo modello di sviluppo. Rilanciamo l’edilizia riqualificando l’esistente, senza consumare il suolo. Risparmiamo energia. Riduciamo le emissioni di CO2. Questo vuole dire tanto lavoro anche per l’industria perché sono coinvolti anche gli impianti, da quelli elettrici a quelli termici, idraulici…”.

“Ma lo Stato non può farsi carico di tutto..”

“No, però può dare una mano in tanti modi. Le faccio un altro esempio: oggi ci sono 1500 miliardi sui conti correnti degli italiani. Lo sa che nel periodo di “lockdown” il risparmio, nonostante tutto, è cresciuto di altri venti miliardi di euro? Noi dobbiamo fare in modo che queste risorse congelate muovano l’economia, che la gente investa non soltanto nelle scarpe nuove o nei vestiti belli, ma anche nell’economia reale, possibilmente in progetti capaci di rendere migliore il mondo per tutti. Nei prossimi anni ci saranno disponibili tante risorse per iniziative di investimento”.

Lei è ambientalista.

“Sono lontano anni luce dall’ambientalismo bucolico, fine a sé stesso. Io credo in una nuova economia che può svilupparsi, creare lavoro”.

Si ripete che la nuova economia deve basarsi sul turismo.

“Oggi il turismo è in grandissima difficoltà, ma tornerà ad avere un ruolo molto importante anche per il nostro territorio ”.

In Bergamasca, la montagna continua a spopolarsi. Abbiamo un percorso storico come la Via Priula che potrebbe attirare tante persone, ma l’abbiamo completamente abbandonata.

“Questo è un esempio. I Comuni devono lavorare insieme, costruire progetti, raccogliere idee e iniziative dal basso, anche da privati cittadini, da associazioni. Sistemare le vie porticate di Zogno o San Pellegrino, recuperare alcuni tratti, realizzare pannelli informativi, lavoro di storici, allestire luoghi per il ristoro… Le idee non mancano, c’è una nuova generazione di sindaci e amministratori locali che può fare molto, dobbiamo metterli in condizione di lavorare. Dobbiamo salvare le montagne e tutte le aree interne del nostro Paese: ci vivono tredici milioni di persone. Una parte delle risorse europee che arriveranno dobbiamo dedicarle a questa parte dell’Italia, territori spesso dimenticati ma che hanno grandi potenzialità”.

Che tipo è Giuseppe Conte?

“Ha una grande capacità di tenere insieme sensibilità diverse, sa gestire passaggi difficili. Le settimane della chiusura sono state una prova durissima. L’Italia è stato il primo Paese europeo investito dall’epidemia, Conte ha assunto decisioni senza precedenti, da far tremare le vene ai polsi. E ci ha messo la faccia”.

Qual è l’aspetto che lei apprezza di più del presidente del Consiglio?

“La pazienza, la calma. Il fatto che non vada mai sopra le righe, che non sia uno che grida. In un paese che si fa affascinare da chi la spara più grossa è una grande qualità”.

Un argomento spinoso, quello della zona rossa della bassa Val Seriana. Lei che cosa pensò in quei giorni?

“Quando si è iniziato a discuterne tra Bergamo, Milano e Roma, la situazione era in realtà talmente grave da rendere necessarie decisioni molto più radicali, tanto è vero che nei giorni immediatamente successivi è stata chiusa l’intera Lombardia e subito dopo tutta Italia. In ogni caso, c’è un’inchiesta della magistratura in corso e quindi saranno i magistrati ad accertare le responsabilità eventuali. Quanto alla discussione su chi fosse titolato a decidere, ricordo che le zone rosse di Codogno e di Vo furono decise con un provvedimento statale, ma nelle settimane successive molte Regioni hanno autonomamente istituito zone rosse in oltre sessanta comuni in Emilia Romagna, Abruzzo, Campania, Calabria”.

La decisione di chiudere tutta l’Italia fu gravissima.

“Sì, fu una decisione durissima da adottare. Molto, molto sofferta. Eravamo i primi in Europa a prenderla. Il governo si sobbarcava la responsabilità di sospendere le libertà costituzionali dei cittadini, non era mai successo nella storia della Repubblica”.

L’Europa?

“All’inizio l’Europa era partita male, poi, da metà marzo, ha cominciato ad assumere decisioni che sarebbero state semplicemente inimmaginabili anche soltanto un mese prima”.

Tipo?

“Cominciamo con il dire che la Banca centrale europea sta comprando titoli di Stato italiani per decine di miliardi, salvandoci da un rialzo incalcolabile dello Spread e quindi da cifre pazzesche di interessi passivi a carico dello Stato italiano. Poi sono state sospese le regole europee su deficit e debito. Cosa che ci ha permesso di fare una manovra da settantacinque miliardi di euro per le famiglie e le imprese. Sono state allentate le regole sugli aiuti di Stato alle imprese, aprendo la strada alle garanzie statali fino al cento per cento sui prestiti alle aziende e ai contributi a fondo perduto per le piccole e medie imprese.”

C’è altro?

“Possiamo usare liberamente i fondi strutturali europei, ben sette miliardi di euro che destineremo tutti all’emergenza. Poi esiste il programma “Sure” di cento miliardi di euro di cui circa venti miliardi andranno all’Italia per finanziare la cassa integrazione. E non è finita: la nuova linea di credito senza condizioni del famoso Mes garantisce fino a trentasei miliardi di euro per coprire le spese sanitarie, a interessi quasi zero. Infine il “Recovery fund”, che potrebbe valere per l’Italia fino a 173 miliardi di euro, fra prestiti e contributi, per finanziare investimenti e misure per la coesione sociale”.

Mica poco.

“No, è tantissimo. Abbiamo l’opportunità di rifare l’Italia, se sapremo muoverci in fretta, definendo priorità chiare ed evitando di disperdere le risorse in mille rivoli”.

Ma i tempi?

“Noi sappiamo che i tempi, in questa situazione, sono anche più importanti dei fondi. Sarebbe inutile erogare gli aiuti quando le aziende sono morte. Stiamo lavorando come matti per garantire tempistiche decenti. Non è facile, ci sono ancora ritardi ma molti risultati li abbiamo ottenuti”.

Per esempio?

“Per esempio i 600 euro sono arrivati a quattro milioni di cittadini e la seconda mensilità è stata pagata in maniera automatica, dopo pochi giorni. La moratoria sui prestiti bancari ha funzionato e ha permesso di congelare 260 miliardi di euro di prestiti a quasi due milioni e mezzo di imprese e famiglie. Abbiamo molta più difficoltà per la cassa integrazione in deroga e per la concessione di nuovi prestiti alle società in difficoltà. Molte banche sono troppo lente, non si fidano del tutto, ma anche loro devono fare la loro parte”.

Bergamo?

“Bergamo ripartirà, ma non dovremo fare finta che quello che è successo non sia entrato dentro di noi. Dobbiamo elaborarlo. Credo che poi potremo davvero ripartire. Penso alla mia Bergamo, alle valli, penso alla bellezza della nostra terra, alla forza e dignità della nostra gente. La resistenza e la solidarietà che i bergamaschi hanno dimostrato nelle settimane terribili dell’epidemia sono la migliore dimostrazione che possiamo farcela. Che possiamo rialzarci in piedi e rimetterci in cammino”.
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